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Quaderni Didattici

Sono disponibili in formato pdf i Quaderni Didattici dell'Edizione del Novembre Stenseniano 2005 su

 "Evoluzionismo e Antievoluzionismo" 


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Viaggio a Tokyo PDF Stampa E-mail
Titolo originale: Tokyo Monogatari
Regista: Yasujiro Ozu
Data: 1953

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Titolo: Viaggio a Tokyo
Nazionalità: Giappone
Durata: 136 min.
Sceneggiatura: Yasujiro Ozu, Kogo Noda
Fotografia: Yuharu Atsuta  
Effetti:
Musiche: Kojun Saito  
 Cast: Chishu Ryu ....  Shukishi Hirayama Chieko Higashiyama ....  Tomi Hirayama Setsuko Hara ....  Noriko Haruko Sugimura ....  Shige Kaneko Kuniko Miyake ....  Fumiko Kyôko Kagawa ....  Kyoko

Esiste ancora la pietà filiale o la moderna, avida società ha ormai distrutto ogni slancio umano di affetto e gratitudine? Gli anziani coniugi Shukishi e Tomi, in visita per la prima volta ai figli residenti nella lontana Tokyo, impareranno presto fino a che punto indifferenza e grettezza possano albergare anche nei cuori dei parenti stretti. Sotto la maschera di inchini e sorrisi, né il figlio maggiore, medico, né la figlia più anziana, parrucchiera, sono lieti di dare ospitalità ai genitori. I vecchi vanno portati a spasso, accuditi, alloggiati e nessuno ha il tempo e, soprattutto, la voglia di pensare a loro. Pur di levarseli di torno senza dare l’impressione di cacciarli, fratello e sorella pagano loro dieci giorni di vacanza nella chiassosa cittadina termale di Atami, poco distante da Tokyo. Il  ritorno improvviso dei genitori in città svela la doppiezza dei figli: che i genitori si arrangino per il pernottamento, loro non hanno posto. Tomi trova accoglienza presso la vedova del figlio minore, morto in guerra, unica tra i parenti ad accoglierla veramente a braccia aperte; Shukishi, ubriacatosi, verrà riportato a notte fonda dalla polizia a casa della figlia, costretta, obtorto collo, a cedere il letto non solo al padre, ma anche a un anziano e altrettanto brillo amico di lui. Profondamente delusi, i due coniugi ritornano al paese, ma durante il viaggio Tomi cade gravemente ammalata e viene ospitata, ovviamente controvoglia, dal quarto figlio, residente a Osaka. Ormai prossima a morire, la donna viene riportata alla casa familiare dove accorrono i figli, preoccupati di non fare brutta figura agli occhi dei vicini, e la nuora, sinceramente addolorata.

Compiuti gli atti dovuti (vestirsi a lutto, fingersi in lacrime, ecc.) e appropriatisi di qualche ricordino di valore, tutti tornano a Tokyo, alla loro vita, ai loro affari; solo la vedova rimane a consolare il vecchio suocero, destinato a un futuro di solitudine.

 

Poeta della vita quotidiana, delle sue miserie, delle sue disillusioni, Ozu distilla nei propri film l’essenza della società moderna, ove alla crescita del benessere segue la decadenza dei valori. I personaggi del film sono veri esseri umani, né buoni né cattivi, ma dotati di infinite sfumature grigiastre degne delle bigie città di cemento. Il medico, la parrucchiera, l’impiegato di Osaka certo non odiano i propri genitori, ma ad essi antepongono tutta una serie di “valori”: l’ambizione professionale, l’avidità, la pigrizia, il buon nome in società. Tra tante persone “normali” la giovane vedova, personificazione della pietà filiale, appare come un elemento stonato di un complesso di armoniche miserie, quasi irritante nella rigorosa perfezione, nel perenne sorriso, nella immancabile gentilezza.

La regia è volutamente scevra da inutili orpelli, rustica come le ceramiche raku da cerimonia del the, ma,  proprio come nell’arte vasaia, l’apparente semplicità nasconde un profondo, meditato studio e una grande maestria nell’applicazione. Le caratteristiche autoriali che più saltano agli occhi sono la ricercata ripetitività delle inquadrature; l’inserimento di fotogrammi paesaggistici come intervallo tra scena e scena;  la posizione estremamente bassa della cinepresa, così che il punto di vista dello spettatore coincida con quello di un uomo seduto alla giapponese; i lunghi primi-piani dei personaggi, che parlano quasi sempre con lo sguardo diretto nell’obiettivo; la presenza molto discreta della colonna sonora, che sottolinea senza mai preponderare su dialoghi e silenzi. Elementi stranianti per il moderno spettatore, abituato a tecniche di ripresa iperdinamiche, a dissolvenze, a cambi di scena repentini, a capogiri virtuali e adrenalinici. Superati i primi minuti di perplessità, lo spettatore che sappia entrare in sintonia con il linguaggio del regista, inevitabilmente inizierà ad apprezzare i ritmi lenti e la ripetitività della sceneggiatura. In fondo la vita vera è ripetizione, giorno dopo giorno, degli stessi gesti, così come i caratteri e i destini umani sono inevitabilmente simili, monotoni, prevedibili.

A cura di:Ilaria Nannini 
 
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