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L’arte di arrangiarsi pare essere l’unico programma didattico nella minuscola scuola del maestro Gao, dove l’orario è scandito dal volgere del sole, i gessetti sono la più grande ricchezza e gli allievi sono più attratti dal lavoro che dall’istruzione. Quando il maestro deve assentarsi, dovendo far visita alla madre morente, l’ottusa tredicenne Wei viene indicata dal capovillaggio come la più idonea sostituta di Gao. Alla ragazzina vengono promessi 50 yuan di stipendio, più altri dieci se al ritorno del maestro nessun bimbo avrà lasciato la scuola. Incapace di gestire la classe o di insegnare alcunché ai suoi alunni, Wei Minzhi dimostra una straordinaria caparbietà nel tenere riunito il suo piccolo gregge, cercando di opporsi perfino al trasferimento di una bambina, atleta in erba, in un’importante città, dove certo avrà una vita migliore. Quando il piccolo Zhang lascia la scuola per cercare lavoro in città, onde guadagnare soldi per curare la madre malata, Wei abbandona a se stesso il resto della classe per rintracciare il fuggitivo. Incapace di muoversi in una città moderna, digiuna di ogni conoscenza sulla civiltà contemporanea Wei sembra più smarrita del suo intraprendente scolaro. Grazie alla sua ferrea determinazione, la giovane supplente riuscirà a farsi ospitare in una trasmissione televisiva stile Chi l’ha visto per lanciare il suo lacrimoso appello al piccolo Zhang: «ti prego, ritorna». La TV del dolore funziona anche in Cina, il bambino viene presto ritrovato e il paesino, la scuola, la giovane supplente diventano popolari: ora finalmente tutti possono permettersi gessetti colorati.
Leone d’oro a Venezia, Non uno di meno critica il fossilizzato sistema scolastico cinese, il disinteresse per l’istruzione nelle campagne, il crescente divario tra i nuovi ricchi lanciati nel ventunesimo secolo e i poveri ancora legati all’agricoltura di sussistenza.
Per fare ciò il geniale regista cinese sceglie un linguaggio narrativo che fonde in sé il neorealismo del Dopoguerra con la letteratura popolare dell’Ottocento. Gli attori, che recitano con i propri nomi, sono tutti dilettanti, se pur di talento indubbio come Wei Minzhi, bravissima nell’interpretare la tonta e caparbia supplente; le riprese sono spesso scevre di ogni orpello, crude, polverose come le strade di campagna. Alla sobrietà dell’impianto registico non corrisponde la sceneggiatura del film, che pesca a piene mani nei più lacrimosi stereotipi melodrammatici: povertà estreme, madri malate e/o morenti, bimbi che affrontano l’ignoto per guadagnare il soldino che salverà la famiglia, piccole scrivane cinesine che per tutta la notte ricopiano inutili annunci da appendere per le vie. Melassa che giunge al suo apice nel pianto liberatorio di Wei davanti alle telecamere, sfogo di una ragazzina disperata, persa a sua volta in un mondo a lei alieno e che anela a tornare al suo paesello con la pecora smarrita. Pianto quasi pungolato dalle presentatrici dello show, che dopo inutili tentativi di coinvolgere la stordita ragazzina in dibattiti “sullo stato attuale dell’istruzione ecc.” comprendono che solo una scena strappalacrime può far impennare l’audience.
A cura di:
Ilaria Nannini
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