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Quaderni Didattici

Sono disponibili in formato pdf i Quaderni Didattici dell'Edizione del Novembre Stenseniano 2005 su

 "Evoluzionismo e Antievoluzionismo" 


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Il tatuaggio del drago. L'inferno è il destino dell'uomo PDF Stampa E-mail
Titolo originale: Showa zankyo-den: shinde morai masu
Regista: Masahiro Makino
Data: 1970


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Titolo: Il Tatuaggio del drago.  L'inferno è il destino dell'uomo
Nazionalità: Giappone
Durata:
Sceneggiatura:
Fotografia: Shichirô Hayashi
Effetti:
Musiche: Shunsuke Kikuchi   
 Cast: Ken Takakura   Ryo Ikebe   Junko Fuji   Michiko ArakiTakeya Nakamura

Tokyo, ultimi anni dell’epoca Taisho (1912-1926). È nato sotto una cattiva stella Hidejiro, giovane yakuza spiantato. Truffato al tavolo da gioco, viene ferocemente picchiato dagli stessi yakuza che l’hanno derubato; tornato dopo tre anni per vendicarsi, uccide per legittima difesa uno degli sgherri del gestore della bisca finendo in carcere; quando, infine, esce di prigione scopre che il padre, dopo averlo diseredato a favore del nipotino, è morto di infarto. Il ristorante di famiglia è ora gestito dal cognato, vedovo dell’amata sorella minore di Hidejiro rimasta vittima del Grande Terremoto del Kanto, e dalla matrigna cieca. Vergognandosi del proprio passato, Hidejiro si fa assumere sotto mentite spoglie come cuoco nel ristorante, dove solo il fido amico Jukichi, capo del personale, è a conoscenza della sua vera identità. Unico faro nella vita del giovane è l’amore, ricambiato, per la bella geisha Ikue, conosciuta quando ancora era un’apprendista e da lui in segreto riscattata. Può uno yakuza ambire a una tranquilla vita matrimoniale? Quando il ristorante viene requisito per colpa dello sciagurato cognato da uno yakuza rivale, Hidejiro comprende che è giunta l’ora di ripagare il proprio debito con la famiglia, vendicando nel sangue il fallimento di una intera vita.

     Negli anni Sessanta Masahiro Makino girò otto film dedicati agli Showa zankyo-den, ovvero gli “ultimi uomini coraggiosi dell'epoca Showa”. Vera protagonista delle opere è, infatti, la stessa società giapponese degli anni Venti, ancora in bilico tra un passato medioevale e una modernità che non sempre è sinonimo di progresso, tra una concezione romantica della malavita e la spregiudicatezza dei nuovi yakuza, tra il rispetto di antichi valori e l'onnipotenza del dio denaro. Una società in cui gli appalti sono ancora concessi su base territoriale a imprese-famiglia (gumi) in cui il legame tra lavoratori e padrone si fonda sul giuramento e non sul contratto. Una tazza di sakè ritualmente scambiata e i manovali diventano "fratelli" sotto un unico padre, costituendo un legame che solo la morte o il ripudio per ignominia può dissolvere. Il successo sociale ed economico della gumi diviene punto d'onore per il singolo lavorante, sia esso impegnato come costruttore di palazzi o come pompiere volontario nelle squadre costituite all'interno della stessa impresa. In tale contesto si comprende come la caduta in mani nemiche del matoi, vessillo di riconoscimento della gumi, divenga un'offesa da lavare nel sangue.

     L’opera di Makino si inserisce nel periodo di notevole revival del cinema sulla yakuza, che caratterizzò negli anni Sessanta la produzione giapponese  in generale e della casa cinematografica Toei in particolare. La scelta di un impianto seriale, comune all’epoca, consente al regista di inserire in una cornice comune storie di amore, onore e morte diverse l’una dall’altra, preservando l’unicità del messaggio etico e sociale. Si tratta di opere dotate di una propria autonomia narrativa, sebbene accomunate dalla scelta degli interpreti, dalla caratterizzazione dei personaggi, dal commento musicale e persino dai costumi, che paiono riproporsi di film in film. Lo spettatore, già al momento dell’ingresso in scena dei singoli interpreti, può facilmente prevedere chi sarà l’eroe, chi il suo aiutante, chi verrà catturato, chi morirà in battaglia, quasi si trattasse di maschere della Commedia dell’Arte o del teatro No. Eppure tale ricercata ripetitività non scade mai nel banale, riuscendo ad avvincere lo spettatore, il quale, pur immaginando o conoscendo l’immancabile tragico epilogo, si lascia coinvolgere, commuovere o sdegnare dalle vicissitudini degli ultimi uomini coraggiosi dell’epoca Showa.

Di Ilaria Nannini

 
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