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Tokyo, inizi dell'epoca Showa (1926-1989). La notizia che il Palazzo delle Esposizioni verrà costruito nel quartiere di Asakusa riempie di euforia i costruttori della zona. Il grosso appalto fa gola a molti e l'impresa edile dello yakuza Akutsu non esita a corrompere, ricattare e financo uccidere per sbaragliare la concorrenza. La rivalità economica si intreccia ben presto con quella amorosa: la geisha Someji, innamorata del bel Hidejiro e contesa tra l'ingenuo Oto ed il bieco Akutsu, diviene la causa di ulteriori lutti e tragedie.
Negli anni Sessanta Masahiro Makino girò otto film dedicati agli Showa zankyo-den, ovvero gli “ultimi uomini coraggiosi dell'epoca Showa”. Vera protagonista delle opere è, infatti, la stessa società giapponese degli anni Venti, ancora in bilico tra un passato medioevale ed una modernità che non sempre è sinonimo di progresso, tra una concezione romantica della malavita e la spregiudicatezza dei nuovi yakuza, tra il rispetto di antichi valori e l'onnipotenza del dio denaro. Una società in cui gli appalti sono ancora concessi su base territoriale a imprese-famiglia (gumi) in cui il legame tra lavoratori e padrone si fonda sul giuramento e non sul contratto. Una tazza di sakè ritualmente scambiata e i manovali diventano "fratelli" sotto un unico padre, costituendo un legame che solo la morte o il ripudio per ignominia può dissolvere. Il successo sociale ed economico della gumi diviene punto d'onore per il singolo lavorante, sia esso impegnato come costruttore di palazzi o come pompiere volontario nelle squadre costituite all'interno della stessa impresa. In tale contesto si comprende come la caduta in mani nemiche del matoi, vessillo di riconoscimento della gumi, divenga un'offesa da lavare nel sangue.
L’opera di Makino si inserisce nel periodo di notevole revival del cinema sulla yakuza che caratterizzò negli anni Sessanta la produzione giapponese in generale e della casa cinematografica Toei in particolare. La scelta di un impianto seriale, comune all’epoca, consente al regista di inserire in una cornice comune storie di amore, onore e morte diverse l’una dall’altra, preservando l’unicità del messaggio etico e sociale. Opere dotate di una propria autonomia narrativa pur se accomunate dalla scelta degli interpreti, dalla caratterizzazione dei personaggi, dal commento musicale e persino dai costumi che paiono riproporsi di film in film. Lo spettatore, già al momento dell’ingresso in scena dei singoli interpreti, può facilmente prevedere chi sarà l’eroe, chi il suo aiutante, chi verrà catturato, chi morirà in battaglia, quasi si tratti di maschere della Commedia dell’Arte o del teatro No. Eppure tale ricercata ripetitività non scade mai nel banale, riuscendo ad avvincere lo spettatore, il quale, pur immaginando o conoscendo l’immancabile tragico epilogo, si lascia coinvolgere, commuovere o sdegnare dalle vicissitudini degli ultimi uomini coraggiosi dell’epoca Showa.
di Ilaria Nannini
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