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Asakusa, epoca Showa. Una lama rilucente appare nel buio, stretta nel pugno di un uomo imbrattato di sangue, avanzante con passo incerto in una strada isolata. Un secondo uomo lo sta aspettando, nascosto nella penombra di un albero, per vendicare la morte del proprio padrone, appena assassinato. Lo scontro tra i due sicari della yakuza è breve: pochi colpi di spada e lo sfidante rimane riverso al suolo, gravemente ferito. Quando, dopo cinque anni, Hidejiro Hanada esce dal carcere si ritrova solo e senza protezione: il suo clan, il Kamae, si è sciolto, molti dei suoi uomini si sono rifugiati a Nagoya e gli uomini del defunto Kaminarimon gli danno la caccia. Fermatosi nel paese di Kitaoya, sulla strada per Nagoya, Hidejiro stringe amicizia con il saggio Hayashida , con il suo braccio destro Ryuhei e con la bella geisha Orui. Hidejiro inizia a lavorare per il clan di Hayashida, ex-yakuza che ormai ha abbandonato la via della violenza e della sopraffazione, proprietario di una cava di pietre. La protezione assicurata all’assassino di Kaminarimon riacutizza la preesistente guerra tra il clan di Hayashida e quello dei prepotenti Kabashima, antichi alleati del clan di Asakusa. I Kabashima, dopo alcuni inutili tentativi di eliminare il Hidejiro, assoldano come sicario un ex-yakuza ubriacone, Jukichi Kazama, l’uomo che cinque anni prima aveva sfidato a duello Hidejiro, restandone sconfitto e perdendo il braccio sinistro. Kazama ed Hidejiro, tra i quali vi è una sincera e reciproca ammirazione, si trovano a essere rivali su ben due terreni: quello dell’onore e quello dell’amore, contendendosi l’affetto della medesima donna. La geisha Orui, infatti, trascurata moglie del primo, si è infatuata, corrisposta, delle belle maniere e della gentilezza malinconica del secondo, così simili a quelle che un tempo caratterizzavano il suo uomo. Le provocazioni dei Kabeshima si fanno sempre più numerose e gravi, ma il saggio Hayashida, temendo il divampare di una faida, fa giurare ai suoi uomini e in particolare a Hidejiro di non rispondere alla violenza con la violenza. Quando, tuttavia, i Kabeshima assassinano vilmente prima Hayashida poi la povera Orui la vendetta di Kazama e Hidejiro sarà spietata.
L’opera di Makino si inserisce nel periodo di notevole revival del cinema sulla yakuza che caratterizzò negli anni Sessanta la produzione giapponese in generale e della casa cinematografica Toei in particolare. La scelta di un impianto seriale, tipico dell’epoca, consente al regista di inserire in una cornice comune storie di amore, onore e morte diverse l’una dall’altra, preservando l’unicità del messaggio etico e sociale. Opere dotate di una propria autonomia narrativa, pur se accomunate dalla scelta degli interpreti, dalla caratterizzazione dei personaggi, dal commento musicale e persino dai costumi che paiono riproporsi di film in film. Lo spettatore, già al momento dell’ingresso in scena dei singoli interpreti, può facilmente prevedere chi sarà l’eroe, chi il suo aiutante, chi verrà catturato, chi morirà in battaglia, quasi si tratti di maschere della Commedia dell’Arte o del teatro No. Eppure tale ricercata ripetitività non scade mai nel banale, riuscendo ad avvincere lo spettatore, il quale, pur immaginando o conoscendo l’immancabile tragico epilogo, si lascia coinvolgere, commuovere o sdegnare dalle vicissitudini degli ultimi uomini coraggiosi dell’epoca Showa.
di Ilaria Nannini
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