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Messico, 1916, epoca di guerra civile, di rivoluzioni, di grandi ideali e di lotta per la sopravvivenza. La libertà del popolo non interessa a Juan Miranda, peone brutto, sporco e cattivo, rapinatore e stupratore, capo di una banda di predoni formata dai suoi figli e dal vecchio padre. Vivendo secondo il motto «il mio Paese siamo io ed i miei figli», Juan sogna di rapinare con il suo piccolo clan la banca di Mesa Verde, vista da bambino in occasione di una scorribanda (finita male) del padre. L’incontro-scontro con il misterioso Sean (ribattezzato John), bizzarro dinamitardo in motoretta, viene visto da Juan come un segno del destino: le porte della banca si apriranno sotto il tritolo dell’amico straniero. Poco importa se l’irlandese si dichiari un rivoluzionario, ricercato dalla polizia inglese come terrorista dell’IRA e non come rapinatore: la determinazione e la rozza furbizia di Juan sembra averla vinta sulla ritrosia di Sean, che accetta di assaltare la banca di Maesa Verde. Troppo tardi Juan comprende ciò che per gli spettatori era palese: la sua foga e la sua cupidigia vengono sfruttati dal Comitato rivoluzionario non per impadronirsi del denaro della banca, trasferito da tempo altrove, ma per liberare le centinaia di oppositori politici imprigionati nei sotterranei. Divenuto suo malgrado eroe della rivoluzione, Juan viene coinvolto da Sean nei sanguinosi scontri tra gli irregolari e le truppe governative, capitanate dal colonnello Gunterreza. I morti si moltiplicano in modo esponenziale su entrambi i fronti: dopo una fortunata sortita dei due protagonisti, che da soli, grazie agli esplosivi dell’irlandese, sterminano un’intera colonna di militari, il grosso dei rivoltosi, compresa la famiglia di Juan, viene catturato e passato alle armi dagli uomini di Gunterreza. Il peone vuole vendetta, affronta da solo i soldati, si fa catturare e scampa alla fucilazione solo grazie all’intervento provvidenziale del motorizzato Sean. I due meditano (ma Sean lo fa davvero?) una fuga in America, terra di banche e libertà, quando la rivoluzione, col suo fluire inarrestabile, risucchia i due uomini nel vortice di imboscate e sparatorie, esplosioni e lutti.
«La rivoluzione non è un pranzo di gala». La citazione maoista con cui si apre il film anticipa il contenuto ma non lo spirito dell’opera di Leone, la quale si presenta più come una sofferta riflessione sulle fallite (o fallende) rivoluzioni proletarie che come manifesto del Sessantotto e dei nascenti Anni di Piombo. Sean il puro, il patriota irlandese, l’anima borghese che da sempre muove le grandi sommosse è un rivoluzionario disilluso, che ha sacrificato all’Ideale perfino l’amicizia e che ora, ritrovatosi a credere «solo nella dinamite», corteggia la morte come il reazionario Principe di Salina del Gattopardo. Juan il peones, nonostante il proprio coraggio personale e gli ispirati insegnamenti di Sean, non riesce mai a elevarsi del tutto dal suo status di brigante da strada; combatte con i rivoltosi ma non per i rivoltosi, uccide il bieco Governatore e Gunterraza non in quanto nemici del popolo ma per vendicare i propri cari massacrati. La domanda finale che l’uomo pone a se stesso - «e adesso io?» - esprime tutto il disorientamento di un uomo che la Rivoluzione considera un eroe, ma che tale è divenuto solo per caso.
Giù la testa si presenta pertanto come un’opera atipica, affascinante ma difficilmente inquadrabile: è contemporaneamente un western, un film di guerra e un manifesto politico, eppure nessuna di queste definizioni sembra essere perfettamente calzante. Forse è questo suo carattere ibrido, con il suo alternarsi di dure scene di massacri e idilliache corse nella verde Irlanda, che rende il film accattivante, lasciando allo spettatore la libertà di leggerlo e interpretarlo come il proprio cuore gli suggerisce.
di Ilaria Nannini
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