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Quaderni Didattici

Sono disponibili in formato pdf i Quaderni Didattici dell'Edizione del Novembre Stenseniano 2005 su

 "Evoluzionismo e Antievoluzionismo" 


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Vital PDF Stampa E-mail
Titolo originale: Vital
Regista: Tsukamoto Shinya 
Data: 2004



vital
Nazionalità: Giappone
Durata: 86 min.
Sceneggiatura: Shinya Tsukamoto
Fotografia: Shinya Tsukamoto
Effetti: Takashi Oda
Musiche: Ishikawa Chu, Cocco per “Blue bird”

Cast: Tadanobu Asano, Tsukamoto Nami, Kiki, Rijyu Go, Kushida Kazuyoshi, Kimimura Jyun

In seguito a un incidente stradale il giovane Hiroshi perde la memoria. Tra le sue cose, l’unica che susciti interesse in lui sono dei testi di medicina: le lezioni universitarie costituiscono così un nuovo inizio, dove trova spazio un difficile rapporto con una compagna di studi, Ikumi. Tra le lezioni di dissezione affiorano, dolorosamete reali, i ricordi di un’altra ragazza, Ryoko. Di chi si tratta? E ora dove si trova? Il primo viaggio all’interno del corpo umano di questo futuro medico diventerà una ricerca ben più profonda attraverso la memoria e l’essere, in cui la casuale produzione di un vuoto, l’amnesia, diventa la base di una ricostruzione del sé.
Shinya Tsukamoto, regista indipendente giapponese già noto al nostro pubblico per A Snake of June, continua la sua esplorazione nei complessi rapporti tra uomo e metropoli, corpo e tecnologia, materia organica e inorganica, compiendo quel rinnovamento di stile già annunciato da lungo tempo. Prepotenti tornano qui le citazioni dell’opera che lo ha reso celebre nel mondo e che continua a focalizzare l’attenzione di buona parte delle critiche, Tetsuo. Come in quella, infatti, anche in Vital tutto ha origine da un incidente d’auto, con la scelta di un bianco e nero estremo nel momento in cui Hiroshi si confronta col mezzo; il protagonista sembra inoltre osservarsi nello stesso specchio in cui Tetsuo aveva scoperto le prime parti meccaniche del suo corpo, anche se ciò che Hiroshi cerca è però la parola, base di ogni rapporto sociale. La meccanica e la tecnologia, dirompenti nelle prime opere del regista, si fanno da parte lasciando spazio alla biologia. Le diverse fasi della dissezione, le improbabili ma significative ore passate come Michelangelo e Leonardo a riprodurre su carta organi, tendini e tessuti umani, la scelta di ambientazioni essenziali, dove abbandono e trascuratezza si trasformano in nuova vita, si oppognono agli scenari di cemento e metallo a cui il regista ci aveva abituati. Muffe e ruggini fioriscono sulle superfici a sottolineare la necessità di un nuovo inizio al di fuori dell’ordinaria società; le ciminiere mescolano alle nubi le loro ceneri, che inevitabilmente ricadranno a terra come pioggia, rendendo evidentemente la morte una fase trasitoria, in movimento verso nuove forme di vita. Della tanto temuta tecnologia non resta che un monitor spento, innocuo strumento di studio, mentre il corpo umano si fa avanti e diventa una nuova frontiera da esplorare, infinitamente vicina; allo stesso modo la città, da sempre ossessione di Tsukamoto, resta sullo sfondo, come una scenografia essenziale e invisibile.
Hiroshi, intanto, sembra indifferente alla società che lo circonda: abbandona la casa dei genitori, diventata, per lui che ha perso la memoria, un inutile orpello, e si concentra sulla ricerca di Ryoko. È distante da tutti, pur vivendo con naturalezza questa lontananza, e l’unico contatto fisico che instaura con la realtà è con Ikumi, vissuto anche questo sul filo sottile della morte. Ryoko, nel frattempo, moltiplica i segni della sua presenza nei sogni, nelle visioni, nei ricordi, ma anche nella sua riproduzione in disegni iperrealistici, fino alla rappresentazione di ogni singolo elemento del suo corpo; esprime con forte fisicità ciò che mai aveva espresso in vita e che, forse, è parte del desiderio di Hiroshi più che della sua essenza. I ricordi del giovane che parallelamente affiorano scivolano dal blu cobalto di un futuro cyberpunk a un rosso-ocra da vecchi filmini di famiglia, avvicinandoci così alle immagini più private e personali del protagonista. Il vuoto della sua memoria è il vuoto della nostra cognizione di lui e la sua ricerca di ricordi è la nostra fame di conoscenza.
Lo stile di Tsukamoto si conferma netto e deciso, la fotografia lascia spazio a una maggiore naturalezza di luce e il montaggio, sebbene con notevoli cambi di ritmo, risulta armonico. Sull’inquadratura si ha l’intervento più decisivo, con quadri non centrati e con posizioni rigide e tutt’altro che tradizionali dei personaggi. Ai tre giovani sono riservati i piani naturali, mentre nei dialoghi con i genitori l’inquadratura appare sporca, imprecisa, riproducendo il senso di disagio della situazione, tagliando o coprendo ad arte le espressioni del volto durante i lunghi silenzi.

a cura di:
Valeria Cicerone

 
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