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Nel giugno del 2001 Alessandro Aleotti, istrionico presidente del Brera (serie D) è a un passo dal rilevare il Fiorenzuola (C/2). L’idea è quella di fare della squadra piacentina il primo club interamente composto da calciatori sudamericani di passaporto italiano. La cittadina comunitaria consente infatti di tesserare un numero illimitato di atleti e, per portare a termine il progetto, Aleotti si affida alla "Global", società di reclutamento con sede a Buenos Aires. Nel luglio arrivano perciò in Emilia 23 calciatori (10 uruguayani e 13 argentini) superstiti di una lunga preselezione. Ad allenare la squadra, in attesa del passaggio di proprietà, viene chiamato Mario Kempes, campione del mondo nel ’78. Il gruppo inizia ad allenarsi tra l’indifferenza della cittadina, decisamente "fredda" di fronte alla rivoluzionaria idea di squadra tutta nuova. A settembre, a campionato già iniziato, difficoltà burocratiche e questioni di campanile allontanano progressivamente la possibilità di portare a termine l’operazione e il passaggio di proprietà sfuma definitivamente, mettendo fine all’avventura italiana di ventidue dei ventitre calciatori (uno dei quali, il portiere Oscar Colombo, riesce a realizzare il suo sogno: gioca a Ragusa, nell’Eccellenza siciliana).
Fin qui la storia. L’idea del film nasce tre anni dopo, da quel "malato di calcio" che è il produttore Gianluca Arcopinto, che crede da subito nella possibilità di realizzare un documentario su questa esperienza che sa tanto di tragica favola interrotta. Il coraggioso Arcopinto si affida alla giovane coppia di registi, Cèsar Meneghetti ed Elisabetta Pandimiglio, che riescono a raccontare questa storia in maniera intensa ed estremamente profonda. Sfruttando diversi formati di ripresa (si va dalla betacam al mini-dv, dal super-8 al vhs) il film ha un ottimo taglio da giornalismo d’inchiesta, con ottime trovate (l’uso dello split screen non è mai oltre le righe) ed una generale difformità delle riprese che restituisce al film l’effetto narrativo giusto, cioè quello della perfetta interazione tra la realtà narrata e i sentimenti dei personaggi che ne sono veri protagonisti.
E’ proprio su questa interazione che si gioca il tono del film, che si muove in perfetto equilibrio, calibrando bene i momenti tristi e quelli più divertenti. Certamente questi calciatori hanno ancora l’innocenza e l’ingenuità dei grandi sognatori. Sono essi innanzitutto degli emigranti e come tali il loro animo è denso di immagini, ricordi, nostalgie dei Paesi d’origine (tutti si portano le fotografie dei propri familiari), eppure il triste epilogo (l’infrangersi dei sogni) arriva attraversando dei momenti di tragicommedia addirittura esilaranti. E’ il caso, ad esempio, del consulente sportivo Aldo Graziani, che ha personalmente reclutato i ragazzi, curandoli e stando loro vicino, con quell’aria paterna da chi ha battutto i campi di calcio (e non solo) da tanti lustri. Ma sarà proprio dalle telefonate e dalle conversazioni (tutte in un improbabile italo-spagnolo casareccio) di questo eccentrico signore che capiamo come va a finire la storia: osteggiati dai giornali locali, messi di fronte ad incomprensibili cavilli regolamentari, sottopagati e demoralizzati, i nipoti dei nostri emigranti vengono amaramente rispediti a casa con la loro valigia dei sogni.
Una storia collettiva, quella di Sogni di cuoio, in cui le glorie passate di un grande vecchio campione come Kempes si alternano alle speranze di questi giovani: chi sogna di diventare come lo zio Schiaffino (che fece sognare il Brasile ai mondiali del 1950), chi vorrebbe un giorno giocare con il proprio compatriota miliardario Alvaro Recoba, mentre scorrono le immagini dei grandi campioni di ieri come Maradona. Con sensibilità e delicatezza il vecchio Kempes e le giovani leve sudamericane sembrano appartenere ad un mondo così lontano da sembrare quasi inesistente, troppo distante da quel volgare carrozzone multimediatico, fatto di speculazioni e mediocrità, che è il calcio italiano.
Va perciò reso un importante ringraziamento ad Arcopinto, a Meneghetti, alla Pandimiglio e a tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione di questo documentario, per averci offerto la possibilità di ricercare ancora un senso di innocente bellezza in uno sport che fa parte della nostra storia, perchè un vero giocatore, alla fine, come cantava De Gregori, si vede "dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia".
A cura di
Marco Luceri
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