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La scommessa su cui la coppia Straub-Huillet imposta il proprio ultimo lavoro è la conversione dei pavesiani Dialoghi con Leucò prima in un testo teatrale e poi nel film Quei loro incontri. Facendo recitare a dieci attori, il cui accento rimanda a varie parti d’Italia, gli ultimi cinque dialoghi del libro ispiratore, i cineasti mostrano di sapersi accostare a Pavese con una finezza critica che recupera anche le motivazioni più profonde dichiarate in sede teorica dallo scrittore. Infatti, come ne Il mestiere di vivere Pavese afferma che il linguaggio letterario si differenzia per sua stessa definizione dalla comunicazione normale, essendo «filtrato» e «spersonalizzato», così gli attori del film alterano la scansione canonica delle frasi in una parlata innaturale e straniante, sia per ritmo che per modulazione della voce. Inoltre, parallelamente alla scelta di un confronto diretto con il tempo primigenio del mito (archetipo generatore sotteso a tutta la produzione pavesiana) insita nei Dialoghi con Leucò, Straub e Huillet si rivolgono a certe modalità del cinema delle origini, potenziando il valore del gesto attraverso il tempo dilatato delle pose e la preponderanza della parola sull’azione, nonché della visione sul montaggio, offerta da lunghe inquadrature con macchina da presa fissa. Caratteristiche, queste, sia della logica mostrativa del cinema precedente la consacrazione del modello narrativo istituzionale, sia del cinema moderno che le riattiva per smascherare le illusioni della produzione classica, rivalutando il ruolo dello sguardo e non esitando ad esibire la propria natura fittizia.
I dialoghi di Quei loro incontri si svolgono significativamente in campagna, topos pavesiano coincidente con l’esaltazione degli elementi magici, irrazionali e rituali che si collocano vichianamente al principio della vita dell’individuo e dei popoli. Sempre legato, in Pavese, a questo ambiente-simbolo è il tempo ciclico, eterno e immutabile, che nel film si invera nell’immobilità dei personaggi, nella fissità delle inquadrature, nonché nel ritmo sempre uguale della recitazione (Raccontare è monotono è infatti il titolo di un saggio dell’autore piemontese). Da tale specola acutamente filologica dei due registi - che intesse appunto tutta l’opera cinematografica di continue allusioni alla Weltanschauung di Pavese - risulterà allora sintomatica la chiusa del film sull’unico elemento non direttamente autorizzato dal libro (fino ad allora seguito alla lettera), ossia sull’immagine della città, emblema della storia, della maturità e della collettività e quindi del polo che nella dialettica dello scrittore si oppone alla campagna, simbolo di infanzia, mito e individualità.
Protagonisti dei dialoghi sono, ad eccezione di Esiodo, gli dèi, che tuttavia, pur ubicati all’interno di una cornice classicamente bucolica e inseriti in un tempo eterno e astorico, non si mostrano distanti dallo spettatore (anche in virtù degli abiti contadini e moderni che indossano), così come nel testo letterario si presentano compartecipi delle sofferenze umane. La raffinatezza dei sottili ammiccamenti e la particolarità stilistica del lavoro di Straub-Huillet non devono, però, distrarre dal contenuto dei cinque episodi di cui si compone il film, che passano in rassegna le grandi e imperiture questioni sul senso dell’esistenza dei mortali («ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell’altr’anno che son morti ignorandolo» dirà Cratos nel primo capitolo). Dalla celebrazione della capacità mitopoietica dell’artista alla concezione di un mondo non necessitato ma aperto alla categoria della possibilità, dalle strategie attuate dall’uomo per poter sperare di vincere la morte al valore dell’unicità dell’attimo, dalla riflessione sul divenire al tema della memoria, i Dialoghi con Leucò si pongono, infatti, come opera commovente e coraggiosa sul destino umano, che Straub e Huillet riprendono con il rigore e la coerenza che ha sempre caratterizzato il loro operato.
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