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Presentato come evento speciale alla Settimana della Critica del 63° Festival del Cinema di Venezia, La rieducazione è stato un piccolo caso rivelatorio e necessario, in un panorama cinematografico italiano in cui l’immaginario collettivo sui trentenni in crisi è dominato da altri problemi e suggestioni. Lontano anni luce dall’intimismo mélo di registi come Muccino o Veronesi, il Collettivo Amanda Flor – quattro ragazzi di Villanova, città-dormitorio in provincia di Roma – ha realizzato il film con un budget di 500 euro, con un’attrezzatura composta da una minidv (nessun microfono o luce aggiuntivi), da un cast di attori non professionisti che interpretano per lo più se stessi e dall’idea portante di parlare di qualcosa che riguarda la realtà italiana da una prospettiva inquietantemente vicina. Scabra e allo stesso tempo sorniona, La rieducazione è un’opera diretta, per certi versi antropologica, in tempi dove l’esasperazione prodotta dalla cosiddetta flessibilità è accompagnata dal facile agio di una generazione di tanguys all’italiana.
La storia di Marco, laureato a pieni voti in sociologia e volontario indefesso e impegnato nella sua parrocchia, è quella di tanti giovani nella fase post-universitaria, pieni di ideali e di sogni (anche comodamente ipocriti). Marco ha tentato molti concorsi, non vincendone nessuno, vivacchiando con qualche borsa di studio e qualche mancia datagli dall’Azione Cattolica. Il padre, stanco del distacco del ragazzo dalla vita reale e pratica, gli toglie i viveri e lo butta fuori di casa, costringendolo per sopravvivere ad accettare di lavorare in nero come muratore in un cantiere edile e a vivere in una baracca in campagna. Marco imparerà cos’è la fatica fisica, ma anche a dar voce alla meschinità che è così profondamente radicata il lui. La fine del film giunge inaspettata, non certo ottimistica né catartica.
Sulla linea sottile che separa l’inadeguatezza personale da quella sociale, La rieducazione diventa paradigma e simbolo beffardo di un vuoto poco sotterraneamente catastrofico, concernente soggetti che la società non incorpora in quanto non produttivi, resi inutili dal credere più o meno onestamente in false promesse. L’educazione - scolastica, universitaria, (fintamente) etica, per certi versi ridicola e sganciata dalla realtà - necessita dunque di una rieducazione meramente e spietatamente sociale, che ricalibri in negativo l’idea che l’individuo ha di se stesso e delle proprie possibilità. In fondo, a rifletterci bene, anche la realizzazione di questo film è un sogno ideale, l’avvicinarsi a ciò che si vorrebbe fare - ma non si può - per sopravvivere. Riuscire a essere a Venezia come evento speciale e conclusivo della Settimana della Critica è stato sicuramente un successo, mentre altri problemi restano per la distribuzione del film e per il suo auspicato riversamento in pellicola.
Primo capitolo dell’annunciata trilogia Il Ciclo dei Finti – Giovanni Verga docet, in quanto nessuno è risparmiato dalla lotta per la vita, anche se lui li chiamava Vinti e non Finti- La rieducazione sarà seguita da L’afa, storia corale di una famiglia di piccoli negozianti messa in crisi da un grande magazzino.
a cura di:
Caterina Bonora
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