Titolo originale: Kairo-Pulse
Regista: Kiyoshi Kurosawa
Data: 2001
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| Nazionalità: Giappone |
| Durata: 118 min. |
| Sceneggiatura: Kiyoshi Kurosawa |
| Fotografia: Haiashi Junichiro |
| Effetti: Links Digiworks Inc. |
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Cast: Haruhiko Kato, Kumiko Aso, Koyuki, Kurume Arisaka, Masatoshi Matsuo, Shinji Takeda, Jun Fubuki, Shun Sugata, Sho Aikawa, Kôji Yakusho, Kenji Mizuhashi, Takumi Tanji, Atsushi Yuki, Kaori Ichijo, Ken Furusawa, Zengoro Mamiana, Masayuki Shionoya, Rie Yasuda, Akiko Kitamura, Teruo Ono, Go Takashima, Hassei Takano
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Fantasmi dal volto terrorizzante che escono dalla rete e lentamente, ma inesorabilmente, fagocitano il mondo umano. In Kairo Kurosawa riscopre la “classica” storia di fantasmi e la affianca ad un universo attuale, quello tecnologico, che sembra esser diventato la nuova fonte di orrore dei nostri giorni, facendo cooperare in un unico film una matrice che in qualche modo appartiene al bagaglio culturale di ogni spettatore assieme ad un’altra che riguarda il suo quotidiano, creando così un vortice di coinvolgimento che lavora su vari strati della sua coscienza.
La struttura narrativa elaborata da Kurosawa si muove infatti su due piani che corrispondono da un lato alla ricerca di una sempre maggiore aderenza con la realtà e dall’altro con l’appropriazione di canoni e modi tipici della finzione, ed in questo caso di un particolar tipo di finzione, quella del film d’orrore. In un certo senso infatti Kairo rappresenta una maggiore aderenza ad alcuni topoi del genere rispetto a quanto non accadesse in Cure che slittava continuamente verso qualcosa di inafferrabile e non etichettabile: questo nuovo film del regista può essere considerato a pieno titolo un film horror proprio perché trova in alcuni elementi della narrazione e della costruzione linguistica una corrispondenza con i caratteri distintivi del genere, seppur all’interno di una ricerca stilistica molto personale e anche profondamente innovativa.
Lo spazio ha infatti una sua funzionalità ben definita che non corrisponde allo stato di sfondo su cui far muovere i personaggi ma che si concretizza, attraverso una vera e propria drammatizzazione come base da cui scaturisce effettivamente l’orrore. Come accedeva anche in opere precedenti, Kurosawa mostra in Kairo la sua propensione per ambienti fatiscenti e svuotati, per niente umani, percorsi da zone buie che si alternano ad altre illuminate da luce chiara e diffusa: è proprio in questo spazio contrastato che si nascondono i “fantasmi” e le loro vittime che al confronto col terrore e con l’altra misteriosa realtà vengono letteralmente inghiottite dalle pareti delle case, degli edifici abbandonati, delle fabbriche. Del resto i fantasmi provengono da uno spazio che non esiste, dalla virtualità della rete, si materializzano quindi negli interstizi nascosti delle costruzioni umane da dove assorbono corpo concreti per rigettarli di nuovo in una realtà inconsistente.
Il senso di indeterminazione e di terrore prodotto dallo svuotamento degli spazi viene inoltre accentuato da un montaggio ellittico e dilatato che segna un ritmo lento e inesorabile, come se l’orrore prendesse sostanza in maniera progressiva, e da inquadrature allargate, piani totali e campi lunghi, che abbandonano lo sguardo dello spettatore, lasciandolo libero di esplorare quei vuoti e quelle assenze.
Kurosawa lascia quindi confluire il suo stile personale all’interno di prototipi narrativi tipici del cinema horror costruendo una struttura narrativa solida che si fonda proprio sulla contrapposizione tra vuoto e pieno, spirito e corpo, materia e antimateria per cui il senso di
terrore che pervade il film nasce proprio dallo scontro e dal confronto di queste forze opposte: esso cresce quando il montaggio omette delle porzioni, magari importanti, di un’azione, oppure negli angoli più nascosti delle costruzioni abbandonate delle Tokyo deserta o anche nell’indeterminatezza di un campo lungo dove mancano centri focali o un indirizzo di sguardo.
a cura di:
Daniela Raddi
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