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Tutti sanno come morì Giordano Bruno: fu messo al rogo, condannato nel 1600 come impenitente eretico dal Santo Uffizio.
Quello fu l' esito di un processo fra gli innumerevoli che la Santa Inquisizione di una Chiesa appena uscita dalla Controriforma indiceva in quegli anni.
Pochi sanno per che fra gli accusatori del filosofo ci fu padre Dionigi da Costacciaro che sei anni prima condusse, questa volta in Toscana e più precisamente a San Miniato in Tedesco, un altro processo che vedeva come imputato non un uomo nè tanto meno un filosofo, ma una donna : monna Gostanza da Libbiano.
Gostanza viveva allevando bambini e guarendo i malati, ma ricorreva a delle cure tanto efficaci quanto alternative e del tutto personali. Fu proprio quest' elemento a suscitare presto il sospetto di un certo monsignor Roffia che assieme ad un giovane, padre Porcacchi, non tardò ad indire un processo contro di quella, per presunta stregoneria. E Gostanza, pur dichiarandosi innocente, fu messa alla corda reiterate volte, costretta a subire un indicibile tortura.
Paolo Benvenuti pensa bene di chiudere con un film basato sugli atti notarili di questo processo il "trittico dell'identità", che altro non è che una trilogia che egli ama paragonare all' immagine di un trittico pittorico: "Il bacio di Giuda" (1988) il dipinto centrale e le pale laterali sono "Confortorio" (1992) e "Gostanza da Libbiano" (2000). Gostanza dovette quindi presto accorgersi quanto vani erano i suoi tentativi di convincere gli inquisitori dello spirito "religiosamente corretto" con cui ella guariva i malati (ricordando che operava sempre nel nome del Signore) e quindi non le rimase che giocare l' ultima carta che la macchina inquisitoria le concedeva. Prese a parlare del Diavolo, a ricordare la sua singolare bellezza fisica, a enumerare i favori che lei gli aveva fatto e ad ammettere con quale passione avesse avuto con quello dei rapporti di natura sessuale. Ci accorgiamo allora, insieme a Benvenuti, che "Gostanza rivendica il diritto al sogno [...] contro il potere ecclesiastico che lo vuol negare". Precisando che non si tratta della semplice formalizzazione di un atteggiamento fantasioso e che il mondo immaginifico di Gostanza non è un' antitesi alla realtà ma una sorta di complemento di quella, secondo lo spirito del tempo, allora prendiamo coscienza che l' atteggiamento che tiene di fronte ai suoi inquisitori è dettato da un desiderio di riscatto da una vita che a lei ha dato soltanto solitudine e dolore. Intuiamo che la figura del Diavolo altro non è che l' ideale di uomo che lei avrebbe voluto ma che non ha mai conosciuto. Difatti nell' ennesimo scacco che la vita sembra giocarle, Gostanza reagisce e si oppone alla morte del sogno, andando coscientemente e "socraticamente" verso la morte del proprio corpo; sembra un paradosso ma così facendo sacrifica sì la sua vita, ma quella che l'ha fatta soffrire, preferendo l' affermazione di quella che avrebbe voluto.
A tale proposito doveroso ricordare che Gostanza nel processo usò un linguaggio vitale, rigoglioso, "primaverile", specchio della sua anima, in totale contrapposizione al formulario burocratico e cristallizzato degli inquisitori.
Benvenuti ha impiegato quasi dieci anni per ridurre le duecento pagine di atti a quaranta. E quello che noi oggi abbiamo è cinema allo stato puro, con inquadrature che appagano l' occhio e parlano alla mente, dov' è maniacale l' attenzione allo spazio, ai volumi e ai corpi e magistrale è l' uso della macchina da presa. I giochi chiaroscurali, le ombre e le luci sono così eloquenti da ricordare il cinema degli albori: lo stesso regista difatti confessa di sentirsi più vicino ai fratelli Lumière che ai suoi colleghi contemporanei. Cinema puro, lontano anche dal teatro: Lucia Poli, che qui vediamo in stato di grazia, ha dovuto compiere un lavoro di smantellamento di tutti gli elementi attoriali esteriori su cui basa il suo lavoro a teatro e recitare "con l'anima"...e difatti si racconta che dopo le parole " io sono una strega", la macchina da presa si stoppò e Lucia Poli scoppi in lacrime.
a cura di:
Ferruccio Benevieri
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