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27 Aprile 1999: la strage della Columbine school a Littleton, in Colorado, quella raccontata anche da Gus Van Sant nel suo recente Elephant. Dopo aver trascorso la mattina a giocare a bowling (di qui il titolo), due adolescenti entrarono nella loro scuola e cominciarono a sparare all'impazzata, uccidendo 12 compagni e un insegnante. Lo stesso giorno Clinton ordinava di riversare un inferno di bombe sul Kosovo e al termine di quello stesso anno, come di routine, gli Stati Uniti avrebbero contato più di 11.000 morti per colpi di arma da fuoco. Da questo affresco parte Bowling for Columbine, indagine sulla fascinazione degli americani per pistole e fucili e sulle contraddizioni di un paese che, per paura della violenza, si arma sempre più. Il regista, Michael Moore, è diventato in pochi mesi una star mondiale. Prima il successo di Bowling for Columbine, premiato a Cannes e divenuto il documentario più visto in sala nella storia del cinema, poi un libro satirico contro gli uomini dell'amministrazione Bush jr., Stupid White Men, tradotto in Italia per (?) Mondadori e venduto a più di un milione di esemplari. Infine, gli Oscar, salutati durante la cerimonia con un grido dinfamia contro il presidente degli Stati Uniti, ai cui legami con la famiglia Bin Laden prima dell' 11 Settembre pare stia dedicando il suo nuovo film. Moore, per chi non lo conoscesse, fisicamente è quasi una caricatura: un'enorme massa di chili, perlopiù grassi, e una faccia da fumetto, cui aggiunge un comico cappellino da baseball sempre in testa. Prima di questo film era stato gironalista di una rivista di di cultura alternativa e quindi documentarista di discreto successo. In Bowling a Columbine mette in scena sè stesso, portandosi in giro per gli Stati Uniti, attraverso le periferie degradate dalla disoccupazione, le ordinate e 'medie' zone residenziali, per capire dove nascono le stragi come quelle di Columbine e una tale psicosi collettiva da violenza urbana. Mostra gli amici di Timothy Mc Veigh, il bombarolo di Oklahoma City, ma anche normali passanti che interroga con domande provocatorie sull'autodifesa. Dalle risposte viene a galla la paura americana per i neri e le altre minoranze 'violente', l'idea paranoica di un passato storico bagnato di sangue, la demonizzazione demente delle rockstars e al contempo l'opposizione ad ogni limitazione del florido commercio di munizioni, acquistabili in ogni grande magazzino. Il risultato è esilarante e inquietante, quando si osservano fenomeni come la milizia autonoma del Michigan, gruppi di bianchi armati fino ai denti per difendersi da chissà quale minaccia. E nell'indagine su cause ed effetti del culto-paranoia delle armi nella società statunitense c'è spazio anche per riflessioni sul (non) Welfare state americano, sui colpi di stato e sui gruppi terroristici che la Casa Bianca ha finanziato ed appoggiato (scorrono le immagini di Pinochet, Noriega e Osama Bin Laden). Dopo l'eccellente Roger & me e il film di fiction Canadian Bacon, Bowling for Columbine, per ammissione dello stesso autore, il suo film più coraggioso e provocatorio. A tratti esilarante e genialoide eppure con un obiettivo ed un metodo d'indagine sociale che sono un pugno nello stomaco per la coscienza di un paese, ha ottenuto non a caso sia il premio del pubblico al Festival di Toronto che il prestigioso premio della giuria del 55 Festival di Cannes.
A cura di:Federico Ferrone
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