Titolo originale: Babar, koenig der elefanten
Regista: Raymond Jafelice
Data: 1998
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| Nazionalità: Canada, Francia, Germania |
| Durata: 80 min. |
| Sceneggiatura: Raymond Jafelice, Peter Saunder |
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| Musiche: Great Big Music |
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Note/Curiosità:
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Babar, re degli elefanti, torna per la seconda volta sul grande schermo raccontando le vicende che lo portarono ad incontrare l'armata Celeste, diventare re e combattere contro i rinoceronti.
Rimasto orfano per mano di un cacciatore, Babar va in città dove una ricca dama lo accoglie e lo educa come un figlio, insegnandogli le buone maniere e l'uso della propria intelligenza. L'elefantino impara a leggere e a scrivere, diventa colto ed educato e torna nella giungla per firmare un trattato di pace con i nemici rinoceronti e costruire la città degli elefanti dove essi possano regnare in pace ed armonia.
L'elefantino Babar è approdato sugli schermi come cartone animato nel 1988, cioè cinquantotto anni dopo la sua invenzione che, come a volte accade all'inizio delle fiabe, appare così venata di poesia e di quotidiano da sembrare, appunto, "fiabesca". Una sera del 1930 Cècile de Brunhoff, una giovane madre, racconta ai propri figli (Laurent e Mathieu) una storia inventata al momento per confortare il più piccolo dei due da un noioso mal di stomaco. La storia, che ha per protagonista un elefantino senza nome, piace ai piccoli ma interessa in modo particolare al padre Jean che fa il pittore. Costui, colpito dall'interesse che le vicende dell'elefantino hanno suscitato nei figli, gli dà il nome di "Babar" e gli dedica un libro illustrato in copia unica, destinato alla lettura familiare. Qualche tempo dopo però dei congiunti editori lo convincono a pubblicare il libro che ottiene un grande successo. Da allora trentasette volumi hanno raccontato le vicende di Babar a bambini di tutto il mondo. Jean, scomparso prematuramente, fu sostituito dal primo lettore delle storie: suo figlio Laurent. Gli elementi che caratterizzano le storie di Babar sono legati al testo letterario, sempre poetico e in bilico fra quotidianità e avventura, e alle immagini ad acquerello sempre precise e nitide e al contempo intrise di un'indefinibile impalpabilità. La traduzione in cartoni animati non si presentava quindi semplice sia sul piano della sceneggiatura che su quello del disegno. Era indispensabile mantenere, pena il fallimento dell'operazione, gli elementi costitutivi del personaggio e del suo ambiente evitando al contempo le opposte insidie dell'animazione disneyana e di quella nipponica.
Il regista, gli sceneggiatori e il responsabile dell'animazione del primo film (ai quali Laurent de Brunhoff finalmente concesse l'autorizzazione alla trsposizione) seppero ricreare con equilibrio il mondo di Babar. Non si può purtroppo dire lo stesso degli autori di questo secondo film, che risente di una concezione più moderna e meno consapevole del personaggio e delle sue vicende. Babar si stacca dal valore simbolico della sua rappresentazione animale per incontrare l'uomo, perdendo così gran parte del fascino magico dell'ambientazione. Nasce così l'esigenza di toccare temi ambientalisti (la crudeltà del bracconiere che uccide la mamma del cucciolo) e civilisti (l'istruzione che porta alla scelta della diplomazia e dell'organizzazione sociale del gruppo).
La storia, sebbene ben scritta, ne perde in spontaneità ma la forza del personaggio e dell'ambientazione creati da Brunhoff si presentano ancora affascinanti, perfettamente commisurati all'età prescolare degli spettatori cui il film è destinato.
La semplicità dei disegni, l'uso dei colori netti e piatti, la morbidezza delle linee del disegno ne fanno uno dei classici senza tempo dell'illustrazione (e dell'animazione) per l'infanzia, capace di sopravvivere ai cambiamenti di gusto del mondo dell'animazione.
A cura di:
Valeria Cicerone |
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