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La bellezza salverà il mondo! afferma il principe Myshkin ne "L'idiota" di Dostoevskij. L'Ermitage è un arca colma di tesori, di materia e di memorie da preservare dai diluvi del mondo. In "Elegia di un viaggio", di fronte alla solitudine di un incantevole paesaggio innevato, un viaggiatore si interroga sul senso di quella bellezza da momento che nessuno può goderne: la bellezza necessita di uno sguardo che la contempli. L'Ermitage, prezioso scrigno da ammirare, diveniva in "Arca russa" lo spunto per una riflessione sulla visione (e quindi sul cinema), sull'esperienza estetica e conoscitiva dello sguardo che alla base della creazione e della fruizione di un'opera d'arte. Portando alle estreme conseguenze la predilezione per il piano sequenza e le riflessioni di Tarkovskij sulla possibilità del cinema di registrare la realtà del tempo, Sokurov realizza "Arca russa" con un unico, ininterrotto piano-sequenza. Per mostrare quale tempo? Non il tempo lineare della storia (eventi e personaggi appartenenti a tre secoli diversi si muovono davanti ad i nostri occhi), ma quello della memoria e del sogno; e soprattutto il tempo del film nel suo farsi, che coincide con il tempo della ricezione con cui come accade nell'esperienza teatrale o durante l'esecuzione e l'ascolto di un brano musicale. E teatro e musica sono realtà presenti nel film: la prima con i suoi artifici e le sue macchine, i personaggi, la messa in scena, il pubblico, le maschere; la seconda con le struggenti melodie di Gklinka e con quelle eseguite durante la scena del ballo dall'orchestra del Mariinsky Theatre. Il regista coniuga la più sofisticata tecnologia digitale con il più intransigente rispetto delle tre unità aristoteliche: un'unica azione (la visione di un soggetto-sguardo dietro la m.d.p.), un unico luogo, un unico tempo continuo. Il soggetto-sguardo al contempo autore, attore e spettatore, la sua voce fuori campo si chiede infatti nell'incipit se quanto vede sia una messa in scena per lui o se egli stesso a dover interpretare un ruolo. La visione dell'autore dietro al m.d.p. ingloba la visione del viaggiatore francese, di tutti gli altri personaggi e dello spettatore, testimone di un evento che ha una sua unica ed irripetibile continuità. La scelta del piano-sequenza non è tuttavia dettata dal rifiuto del montaggio in quanto Sokurov, pur senza spezzare la continuità spazio-temporale, esegue un vero e proprio montaggio interno. Il soggetto-sguardo dotato di un'estrema mobilità; i movimenti di macchina, caratterizzati da ritmi diversi, sono pressochè continui e, avvicinandosi o allontanandosi dai personaggi e creando relazioni fra questi e gli oggetti circostanti, condizionano ed indirizzano lo sguardo dello spettatore come un vero e proprio montaggio. I personaggi del passato si incontrano con quelli del presente in una dimensione senza tempo dove l'essere-non--per-la-morte: Noi siamo destinati a navigare per sempre, a vivere per l'eternità, conclude nel finale la voce fuori campo, mentre la m.d.p. volge lo sguardo verso la Neva, verso una lontananza, un altrove, in un'immagine di cine(ma)video di ineffabile bellezza.
A cura di:
Marco Luceri
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