Per chi dovesse ancora credere che il cinema d’animazione sia un divertimento destinato prevalentemente, se non unicamente, ai bambini, ecco arrivare dalla Francia "Appuntamento a Belleville"... Malinconico, retrò, complesso sia dal punto di vista simbolico che grafico, il primo lungometraggio di Sylvain Chomet si impone all’attenzione del pubblico per le sue indubbie qualità: non c’è tratto di matita o nota musicale in questo film che non abbia un senso, un motivo d’essere, che non sia espressione di una precisa volontà. » proprio questo che distingue il cinema d’animazione da quello tradizionale, in carne ed ossa: nessun elemento, errori inclusi, è dovuto al caso, e questo film ne è un esempio da manuale.
Ben lontano dalla perfezione, "Appuntamento a Belleville" si manifesta, innanzitutto, come un "fumetto animato", uno di quei particolarissimi volumi da libreria, dipinti con le più particolari tecniche di illustrazione, per andare a narrare una storia di forme e colori, prima che di personaggi e vicende...
Per realizzarlo Chomet ha impiegato circa cinque anni e quasi duecento persone. La storia, nata come sviluppo delle idee del suo primo cortometraggio, "La vieille dame et les pigeons" (1998), ci porta dalla Parigi degli anni Cinquanta, ad una indefinita città americana, un po’ New York, un po’ Montreal, sulle orme di un caparbio ciclista e della sua nonnina. Compito dell’anziana donna, coadiuvata da tre veterane del vaudeville, è quello di ritrovare il nipote, caduto nelle mani della mafia francese e costretto a correre per il business di scommesse clandestine.
Evidentemente poco interessato all’aspetto narrativo, Chomet piega la storia alle sue esigenze, facendone un collante narrativo per proporre suggestioni musicali e riflessioni sui media, atmosfere malinconiche e gag che molto devono, esplicitamente, alla comicità di Jacques Tati. Interesse del regista è mostrare, in maniera inequivocabile, come il ruolo dell’animazione non sia quello di emulare la realtà e proporne una rappresentazione, ma di interpretarla nelle forme estreme che solo il disegno può concedere: le forme diventano caricaturali, i colori emozionalmente significativi, le masse ed i pesi vengono ripensati per asservire la forza di gravità alle esigenze comiche delle gag, nessun oggetto degno di avere un ruolo nel film assolve al proprio scopo istituzionale, ma viene ripensato e riadattato al raggiungimento di uno scopo più grande o, quanto meno, più interessante. Numerosi sono i camei di personaggi famosi, disegnati nello stile dei primi cartoon, in un deja-vù che avvicina Betty Boop ed il primo Disney: un programma televisivo ci introduce le Triplettes tra Djiango Reinhardt e Fred Astair, Josephine Baker e Glenn Gould, le sembianze di Champion, il giovane ciclista, ricordano quelle di Fausto Coppi, numerosi sono i poster ed i richiami a film e spettacoli del primo Novecento, è addirittura presente uno spezzone originale del film "Jour de f?te" di Jacques Tati.
Dal punto di vista tecnico, il cartone animato intergra magnificamente, anche se non sempre in maniera perfetta, grafica digitale e disegno tradizionale; particolarmente interessante Ë il risultato, ottenuto con una "semplice" sfumatura dei contorni, nelle scene urbane.
La colonna sonora, molto suggestiva, prende le mosse dalla sperimentazione degli Stomp, facendo di oggetti quotidiani dei veri e propri strumenti musicali: se prestate attenzione, noterete come siano davvero un giornale, un frigorifero ed un aspirapolvere a produrre l’esibizione più interessante del film.
A cura di
Valeria Cicerone